La radio, prima di essere libera

(parte #1)
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Manifesto propagandistico dell’E.I.A.R.

A differenza degli altri paesi europei e degli Stati Uniti, in Italia, la radiofonia inizialmente fu vista come un mezzo a uso esclusivamente militare, per cui essa stentò ad affermarsi in ambito civile. Lo stesso Marconi tentò di avere la licenza per un servizio radiofonico che malgrado la sua autorità, gli fu rifiutato.

In Italia, la prima trasmissione radiofonica si fa risalire al 1924, durante il regime fascista ad opera dell’URI – Unione Radiofonica Italiana, unico ente autorizzato a trasmettere via etere e prima società italiana di broadcasting, che ebbe dallo stato l’esclusiva per sei anni del servizio di radioaudizioni su tutto il territorio nazionale, con emittenti che furono installate a Roma, Milano, Napoli e Palermo.

Di seguito l’URI realizzò una vera e propria rete di stazioni su tutto il territorio nazionale. Con un regio decreto del 1924 si disciplinò il finanziamento della radiofonia pubblica, consentendo alla società esercente di richiedere agli utenti un canone di abbonamento e di potere acquisire ulteriori risorse attraverso annunci pubblicitari.

La pubblicità, come fonte di finanziamento ausiliario, risultava essere un elemento innovativo, per l’epoca, nel panorama europeo del settore radiofonico. Infatti, in molte nazioni europee le due formule di acquisizione di risorse finanziarie erano giudicate incompatibili.

Nel 1926 fu costituita la tuttora esistente SIPRA (società italiana di pubblicità radiofonica anonima), concessionaria di pubblicità con lo scopo di incentivare e cercare di incrementare i proventi pubblicitari. Il mondo della cultura si scagliò contro questo nuovo medium cercando la giustificazione nel fatto che la radio somministrava trasmissioni di scarsa qualità sia nei contenuti sia nella trasmissione. In realtà il timore si fondava solo sulla paura che il pubblico abituale dei teatri, dei concerti e delle attività culturali in genere diminuisse a vantaggio dei radioascoltatori; anche la chiesa non vedeva di buon occhio il nuovo mezzo, tanto da vietare a sacerdoti e fedeli l’ascolto e il possesso di apparecchi radiofonici.

Durante il fascismo la denominazione dell’URI cambiò in EIAR (ente italiano per le audizioni radiofoniche), incrementò i propri impianti e il numero degli abbonati anche se, a causa dell’elevato costo degli apparecchi erano poche le famiglie che potevano permettersi questo lusso, quasi tutte appartenenti ai ceti medi alti borghesi, basti pensare che il costo di un apparecchio radiofonico era otto volte lo stipendio medio mensile di allora, e che la maggiore concentrazione di possesso di apparecchi radiofonici era al nord e nelle grandi città.

Fino agli anni trenta questo “diabolico” elettrodomestico era usato per le radiodiffusioni pubbliche, erano pochi a poter usufruire personalmente del nuovo potente mezzo di comunicazione, sono celebri i discorsi di Mussolini trasmessi via radio ed emanati nelle pubbliche piazze per mezzo di altoparlanti, per raggiungere in massa gli italiani.

Il regime fascista capì e sfruttò le grandi potenzialità comunicative della radio utilizzandola per fini propagandistici  ma nonostante ciò l’Italia rimaneva al 30° posto nel mondo per proporzione abbonati/abitanti.

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licenza speciale per locali pubblici

Nel 1939, l’abbassamento del prezzo di vendita degli apparecchi e l’introduzione del varietà in radio costituì un elemento di novità che avvicinò all’ascolto un nuovo pubblico composto da donne che, nel fare le faccende domestiche, amavano ascoltare la musica e gli sketch comici. Tutto ciò portò ad un periodo di divismo, nacquero nuove stelle della musica leggera incrementando di conseguenza il mercato discografico. In questi anni, la possibilità di acquisto a rate, fu un ulteriore elemento che costituì il sensibile innalzamento del numero di abbonati e ascoltatori.

Per la prima volta nella storia l’informazione dei giornali cedette il passo a quella radiofonica e, la possibilità di ascoltare radio estere, fece comprendere agli ascoltatori che la comunicazione controllata del regime fascista, spesso, nascondeva la realtà dei fatti, e lo sviluppo del conflitto che lo vedevano verso un inesorabile declino.

Negli ultimi anni trenta, la radio, che aveva le sembianze di un mobile magico dalle cui viscere uscivano fuori musica e parole, entra nelle case e nei locali pubblici diventando punto di riferimento e di informazione per la gente.

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Ricevitore radio La Voce del Padrone mod. 406, 1940

Durante il secondo conflitto mondiale, la guerra diventa un vero e proprio genere radiofonico, con i suoi bollettini e notiziari, fulcro dell’unica comunicazione possibile in questi catastrofici scenari bellici. La radio si trasforma, così, in uno dei principali strumenti di controllo e di governo.

La radio ebbe un ruolo fondamentale anche durante l’occupazione americana dell’immediato dopoguerra, infatti, se ne avvalse per divulgare e affermare la sua identità di paese democratico, aperto alla cooperazione e ad aiutare l’Italia nella ripresa economica e sociale.

[ … continua nel prossimo articolo]

(articolo tratto da “dall’etere al satellite” – Angelo Gervasi -2010 -)

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